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THIS_ORIENT V.01 / HANOI_VN + HONG KONG_CN / AOFC GALLERY ROME_IT 05.03.2010 > 19.04.2010

THIS ORIENT PROJECT > 2006-2011 (vietnam/china/italy/brazil)
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The work of César Meneghetti looks like a constellation, thickened around the central theme of borders, defined as the separation and transition from one condition to another, and which the split-screen turns to trope. The line – which divides the colour and black and white screen area, for example, or divide the realistic shootings from the digital elaboration, and even the chromatic inserts applied simulates a collage – it is permeable, so that images spend freely from one half to the other. More like a frontier that no one front, one might say, with perhaps an image dear to the artist and filmmaker Italo-Brazilian who moves to ease between techniques, languages and different professional roles, so that in his search for the film, video and photography seem to pass its testimony. The stylistic solution reiterated by Meneghetti becomes a metaphor for the dichotomy that permeates his work including the abandonment of naturalism and the attraction for the immediate force of reality. The author captures it with in stills or in moving image, which is used to explore the social environment or to live the memories with the same “distracted attention” that allows him to absorb the atmosphere of places, to go beyond the mistrust to get in touch with people in search of what lies beneath the surface tensions and paradoxes, oxymorons and analogies, the wrecks of a world reduced to silence by historical, social or cultural. Despite the distinctions of gender, in fact, a common concern across both his films and documentaries, or his artistic pieces. The first stay in the Far East of Meneghetti is the origin of THIS_ORIENT (2010), a series of four videos produced specifically to this solo exhibition, where the urban or natural landscape, faces, sounds are transformed into abstract digital elements – overlaps, slowdowns, sunburns, induced noise or random pixilation – that propel the original scenarios beyond the limits of detectability, to feel abstract. The moving image of wires against the sky are transformed here into bars of a cage, folded tents or forest of films blown by the wind of electrons: the eye veil, barrier beyond which push or behind which refuge, network communication between the mesh However, the time slips away. The slow rhythms, and enveloping sounds (soudscapes by Matthew Mountford), conveying a meditative aspect to this altarpiece mail that, in different forms of repetition, hypnotic touches outcomes: an invitation to send in depth, therefore, and to avoid the fascination of exploring extensively. Meneghetti, this time seems to have been captured by an interior melody, like a vortex that transports him to a regeneration of Vision, toward pure images.
Francesca Gallo.
 

This Orient di César Meneghetti

Il lavoro di César Meneghetti assomiglia a una costellazione addensata attorno al tema centrale del confine, inteso come separazione e passaggio da una condizione ad un’altra, e di cui lo split-screensi fa tropo. La linea – che sullo schermo separa la zona a colori da quella in bianco e nero, ad esempio, o che divide la ripresa naturalistica da quella con gli effetti digitali, o ancora delinea inserti cromatici applicati simulando il collage – è permeabile, cosicché le immagini trascorrono liberamente dall’una all’altra metà. Più simile a una frontiera che non un fronte, si potrebbe dire[1], con un’immagine forse cara all’artista italo-brasiliano che, sovente, si concentra sulle tracce del passato recente e si muove a suo agio fra tecniche, linguaggi e ruoli professionali differenti, tanto che nella sua ricerca film, video e fotografia sembrano passarsi il testimone.

Lo split-screen(schermo diviso), soluzione stilistica reiterata da Meneghetti, diventa metafora anche della dicotomia fra l’abbandono del naturalismo e l’attrazione per l’immediata eloquenza della realtà. L’autore cattura quest’ultima con la macchina fotografica e la telecamera, di cui si serve per esplorare contesti sociali o far vivere i ricordi con la stessa «distratta attenzione» che gli permette di assorbire le atmosfere dei luoghi, di oltrepassare le diffidenze per entrare in contatto con gli altri, alla ricerca di ciò che si nasconde sotto la superficie: tensioni e paradossi, ossimori e analogie, relitti di un mondo ridotto al silenzio da condizioni storiche, sociali o culturali.

Nonostante le distinzioni dei generi, infatti, una medesima inquietudine attraversa sia i lavori documentari, sia quelli creativi. Più che di duplice ispirazione, si tratta piuttosto delle due facce del medesimo foglio, come mostra This Orient (2010)[2], opera costituita da quattro video, nati dal primo soggiorno di Meneghetti in Estremo Oriente. Il paesaggio urbano e quello naturale, i volti come i suoni sono trasfigurati dagli effetti digitali – sovrapposizioni, rallentamenti, solarizzazioni, disturbi indotti o casuali, pixellizzazioni e filtri – che sospingono gli scenari originali oltre i limiti della riconoscibilità, verso esiti astratti.

I fili elettrici sullo sfondo del cielo, ad esempio, si fanno qui sbarre di una gabbia, là pieghe di tenda, più oltre selva di pellicole mosse dal vento degli elettroni: velo allo sguardo, barriera oltre la quale spingersi o dietro la quale trincerarsi, rete comunicativa tra le cui maglie, tuttavia, scivola via il tempo.

I ritmi lenti e il sonoro avvolgente di William Basinsky (con soundscape di Matthew Mountford) sottolineano l’aspetto meditativo del polittico elettronico che, nella forma della ripetizione differente[3], sfiora esiti ipnotici. Un invito a inoltrarsi in profondità, dunque, e a sottrarsi al fascino dell’esplorazione estensiva formulato soprattutto nell’ultimo video della serie in cui, non a caso, anche la pressione del reale si fa più palpabile. Questa volta César Meneghetti sembra essere stato catturato da una melodia interiore, come da un vortice che lo ha condotto verso una rigenerazione della visione, verso pure immagini: eludendo così le apparenti lusinghe del titolo sotto cui si cela invece un’assonanza rivelatrice.

Francesca Gallo, Roma 2010

[1]Il riferimento è al titolo di un celebre racconto autobiografico di Joyce Lussu, Fronti e frontiere (1944).

[2]La prima versione di This Orientè stata realizzata per l’omonima mostra personale, presso l’Associazione Operatori Culturali Flaminia 58, a Roma nel 2010, a cura di F. Gallo, e dalla cui presentazione derivano queste note. In quell’occasione This Orientè stata presentata in tre piccoli monitor e una proiezione a parete.

[3]Concetto introdotto da Gilles Deleuze (1968) e diventato di perenne attualità anche nell’arte degli ultimi decenni, in particolare se legata ai new media.


WORKS VIDEO

1 this_orient v.1.0 video digital PAL SD, cor, 6 minutos, 2010
2 this_orient v.2.0 video digital PAL SD, cor, 6 minutos, 2010
3 this_orient v.3.0 video digital PAL SD, cor, 6 minutos, 2010
4 this_orient v.4.0 video digital PAL SD, cor, 6 minutos, 2010
5 this_orient v.5.0 video digital PAL SD, cor, 8 minutos, 2011
6 this_orient v.6.1 video digital PAL SD, cor, 2 minutos, 2011
7 this_orient v.6.2 video digital PAL SD, cor, 2 minutos, 2011
8 this_orient v.7.1 video digital PAL SD, cor, 4 minutos, 2011
9 this_orient v.7.2 video digital PAL SD, cor, 4 minutos, 2011
PHOTO WORKS
photographic seriesVN 1 impressão lambda em papel metalizado Kodak sobre gatorfoam
photographic series HK 1 impressão lambda em papel metalizado Kodak sobre gatorfoam
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