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INTERVIEWS / INTERVISTE / ENTREVISTAS

INTERVISTA LUXFLUX MAGAZINE 20.11.2015

Incontrare, riconoscersi e perdersi nell’altro. I\O_ IO È UN ALTRO: intervista a César Meneghetti di Luisa Galdo.

L’Intervista a César Meneghetti è stata realizzata in occasione della mostra al MAXXI di Roma dal titolo César Meneghetti I\O_ IO È UN ALTRO, 20 novembre 2015 – 17 gennaio 2016. Di seguito pubblichiamo in anteprima il saggio introduttivo di Simonetta Lux dal titolo I\O_ IO È UN ALTRO e l’arte di SCAMBIARSI MONDI. Il cielo era grigio, la pioggia batteva sui tetti, la gente per strada era particolarmente calma. Mi affrettavo a percorrere Piazza Sant’Egidio a Trastevere perché un’artista italo-brasiliano mi stava aspettando al ristorante degli “Amici”. Era il 18 dicembre 2015, ore 11:30. Ho conosciuto César Meneghetti all’Università “La Sapienza” di Roma, presiedeva un workshop sui suoi lavori. In una cena a casa della mia docente, Simonetta Lux, ho avuto modo di vederlo più da vicino, lo ascoltavo incuriosita ma mantenevo sempre un certo distacco, osservavo il suo modo sarcastico di ridere, il suo sguardo perennemente nostalgico ma vitale. Poi un giorno di ottobre ricevo una sua telefonata: Ciao Luisa, sono César, sto preparando una mostra a MAXXI e vorrei che tu mi aiutassi con un documentario. Quattro anni di lavoro da gestire, quattro anni del suo lungo percorso con i disabili del centro di Sant’Egidio da montare secondo una logica tutta da creare. E’ stata da subito una sfida alla quale ho accettato di partecipare con piacere. Sarà stata l’idea di maneggiare il materiale prodotto da un grande artista, di prendere parte a questo progetto al MAXXI, oppure scoprire dietro quello sguardo malinconico ma vitale che cosa si nascondesse. Dopo i primi incontri trascorsi a chiacchierare sul progetto artistico ma soprattutto sulle nostre vite, comincia a prender forma lo scheletro di un rapporto che da subito si è rivelato essere di profonda sincerità, trasparenza ma soprattutto di amicizia. César da subito mi ha dato fiducia, ha mostrato grande stima nei miei confronti, e lo ha fatto mettendosi a nudo, mostrandosi per quello che è con tutta la sua semplicità, coinvolgendomi in qualsiasi tipo di discussione senza nessuna paura e pregiudizio. E cosi mentre il ristorante degli Amici si appresta ad aprire, tra il rumore delle stoviglie che venivano disposte sui tavoli, i profumi succulenti che provenivano dalla cucina, accendo il mio registratore lasciandomi avviluppare dall’intimità, dalla verità, e dalla profondità delle parole di un’artista italo-brasiliano. A volte certi incontri non possono che arricchirti sia come persona che come artista. Non avrei mai immaginato che dietro quel modo sarcastico di ridere si nascondesse oltre che un grande artista, un grande uomo.

Luisa Galdo: Affermi che l’arte non raggiunge il suo obiettivo se preclude qualcosa o qualcuno. Quale è il reale obiettivo dell’arte secondo te?

César Meneghetti: L’obiettivo dell’arte è il superamento del dolore. Se noi fossimo tutti felice l’arte non avrebbe più senso. L’arte è come la religione che vuol dire relegare, l’arte ci riconnette con un mondo perfetto, ideale. L’arte è una protesi dell’essere umano che fa in modo che continui a camminare. La glitch art, il fallato del video del digitale, è l’unica cosa umana del digitale, quindi un 4K rovinato è più umano. Noi stiamo parlando di arte ora grazie alla chiesa Romana ed Ortodossa perché finanziava gli artisti, producendo immagini, capivano l’importanza dell’immagine.

L.G.: Sono stati i predecessori di Silvio Berlusconi, hanno capito l’importanza della comunicazione!

C.M.: La fotografia dice questa è la verità ma non è cosi. L’immagine è la cosa più falsa che esiste perché posso far credere qualsiasi cosa, indurti a credere, mostrare qualcosa di profondo, se ha lo scopo didattico, ma oggi la finalità è il consumo, farti spendere soldi che non hai.

L.G.: Ci hanno venduto l’immagine di Dio, meraviglioso!

C.M: Michelangelo nella Cappella Sistina. Se abbiamo delle testimonianze visive della nostra storia è grazie ai loro finanziamenti e nonostante sono tutti scomparsi abbiamo delle figure cosi prominenti.

L.G.: Attraverso i disabili hai voluto scoprire nuovi punti di vista. Ci sei riuscito? e come?

C.M.: Si, chiedendo. E anche vedendo come loro si comportano con le avversità che riescono a superare meglio di noi. Per noi a volte ci sono delle cose che sembrano insormontabili, è sorprendente come loro invece riescono ad avere una dimensione diversa dalla nostra. Un mio amico dopo aver visto la mia mostra ha detto: mi sento una merda. Io ero molto concentrato su di me prima della mostra. Vedevo che facevo del male alle persone che mi stavano vicino. Avevo una difficoltà a mettermi nei panni degli altri. E’ un mio handicap, io sono handicappato, è una forma mentis ma con questo lavoro ho iniziato una nuova vita. Einstein dice che il vero malato è quello che vuole cambiare le cose facendo la stessa cosa. Io ho voluto vedere l’altro. Oggi anche la pittura ed i video acquistano un significato diverso e se posso fare qualcosa per qualcuno credo che sia più interessante, fa parte della comunità umana.

L.G.: A questo punto cambia anche il ruolo dell’artista allora. Mi parlavi di Michelangelo e Michelangelo era al servizio degli altri invece ora sono gli altri ad essere al servizio dell’artista.

C.M.: Credo che gli artisti hanno un punto di vista privilegiato perché hanno una visione più aperta. Credo che tra i politici devo esserci anche degli artisti. Grimaldi un giovane artista ha vinto molti soldi e li ha donati per costruire un ospedale.

L.G.: Quindi dobbiamo considerare l’ospedale un opera d’arte?

C.M.: No, l’azione è un’opera d’arte, dove l’arte torna ad essere parte della società ed esce da un campo astratto. L’arte è per tutti ma solo un élite lo sa.

L.G.: Hou Hanru, il direttore del MAXXI, nell’intervento sul tuo catalogo sottolinea due punti della mostra: gli esclusi e le nuove tecnologie. Afferma che le nuove tecnologie non sono adeguate per i disabili, non sono costruite per i disabili. Credi di aver avvicinato loro alle nuove tecnologie e di aver digitalizzato le loro identità?

C.M.: Dipende dalla tecnologia. C’è una ragazza che non riesce a parlare e grazie alla tecnologia si è riuscita a laurearsi. La tecnologia di consumo non è costruita per loro. In ogni caso la tecnologia dovrebbe aiutare l’uomo a superare il lavoro meccanico, ripetitivo, quello che ti annulla, le barriere fisiche e mentali.

L.G.: Sempre Hanru afferma che lo sviluppo tecnologico e quello economico se da un lato accorcia le distante, determina identità, dall’altro invece crea divari sociali tra gli inclusi e gli esclusi.  Tu come ti senti? Incluso oppure escluso al sistema dell’arte? Dove ti collochi come artista?

C.M.: Bella domanda. Non lo so. Io mi sento incluso ed escluso perché il mio lavoro non è capito ed assimilato del sistema dell’arte, penso. Ed io sono fiero di questo.

L.G.: Forse perché è nuovo, l’arte relazionale esiste da dieci anni circa.

C.M.: C’è una differenza da fare tra la realtà dell’arte brasiliana e quella italiana. In Brasile forse l’arte è indietro di dieci anni. Loro credono ancora dell’oggetto artistico, l’Italia ha una tradizione diversa, il peso della storia è forte, i miei colleghi qui forse sono inibiti da questo. Fare arte qua è una cosa molto seria, devi crederci, devi provarci. In paesi più barbari come la Germania, l’Inghilterra oppure in quelli più nuovi come le Americhe, si riesce a fare il nuovo più tranquillamente senza pensare al passato. Anche a me non essere condizionato dal passato ha dato molto, sono più disinvolto. E’ un presente premente, presente, opprimente, mentre gli altri sono più spericolati. In Brasile si può diventare un’artista da un giorno all’altro e puoi andare via da un giorno all’altro perché il senso delle cose è strettamente legato al commercio. Mentre qui in Italia è tutto più difficile, soprattutto riuscire a pagarsi con questo lavoro. Chi fa arte qui lo fa perché è veramente innamorato di questo lavoro. In Brasile sto esponendo i miei lavori del 2007 forse ora comincia ad essere capita, perché i galleristi vogliono un’artista con contenuto. Qui sono molto più attenti, vedono l’opera sul serio, non vanno solo per incontrare persone, sono interessati a quello che fai, in Italia più di ogni altro posto. L’élite qua è veramente attenta più di ogni altro posto nel mondo. Io provengo da un ambiente accademico, i miei curatori sono due accademici e loro non hanno nessuno scopo commerciale. Loro hanno dedicato la vita all’arte aiutando gli artisti. Simonettta Lux dice che non esiste l’arte ma esistono gli artisti e quando mi ha conosciuto la prima cosa che mi ha chiesto è stata quante fidanzate io avessi, l’essere umano dietro ogni cosa,  perché a lei interessava la mia persona.

L.G.: Lo spessore umano è quello che fa l’artista?

C.M.: Si, e grazie ai disabili ho capito che lo spessore umano va al di là della condizione psico-fisica. E si può avere spessore umano in qualsiasi condizione psicologica.

L.G.: Ed è quello che manca adesso in questa società.

C.M.: Esatto. Non solo la società italiana ma globale. A volte noi dimentichiamo chi siamo e dove stiamo andando. Anche l’arte prova a visionare queste cose, cerca l’anello debole. Alfredo Jaar ama Gramsci e Pasolini, ha fatto un’opera simpatica tempo fa proponendo manifesti della cultura scomparsa. L’Italia è vista con molta ammirazione all’estero, io sono fiero di essere sostenuto da due curatori che non hanno nessuno interesse commerciale nel mio lavoro.

L.G.: Quindi ti senti escluso oppure incluso al sistema dell’arte?

C.M.: No, non mi seno escluso.

L.G.: Mettendo a confronto i tuoi due lavori, la Video Cabina ed Ex-sistenza, disposti uno difronte all’altro, è possibile notare sia una differenza formale che interpretativa. Da un punto di vista formale, la video cabina è costituita da uno schermo gigante con lo split screen invisibile, mentre l’altra da 50 monitorini sparsi nello spazio. Mentre da un punto di vista interpretativo, anche psicanalitico, da un lato sembra che ci sia la manifestazione dell’inconscio attraverso il linguaggio, come sostiene Lacan, i disabili, ma non solo, parlano, rispondono a quesiti esistenziali che gli poni tu. Dall’altro sembra che tu abbia rappresentato la frammentazione e dissoluzione dell’io che orbita nel silenzio del vuoto. Due opere che presentano una forte contrapposizione. Era questo il tuo obiettivo? 

C.M.: E’ vero, hai azzeccato, è giusto tanto che le due opere coesistono anche sonoramente. Perché una, Ex-sistenza, è solo una nube, una sintesi granulare in musica elettronica, e  l’altra, la Video Cabina, sono le onde medie dove la voce delle persone si manifesta sull’esistenza. Dopo venti anni trascorsi Italia posso dire che gli italiani sono molto più retorici di altre popolazioni. Per esempio io sono stato sul set di Jane Campion e per qualsiasi cosa si usavano pochissime parole, qui per definire se un immagine è a fuoco o fuori fuoco parte una discussione filologica, sul concetto di fuoco e questo è una cosa bellissima. E ho voluto fare anche questo discorso, è una chiacchiera sull’esistenza, ed è una cosa prettamente italiana.

L.G.: Quindi sono due condizioni esistenziali? Oppure è un processo mentale che parte dall’esternazione di concetti esistenziali, che cosa è la realtà etc., per dissolversi nella contemplazione?

C.M.: Volevo creare un paradosso tra il mondo delle parole e non. In tutti i mei viaggi non ho mai incontrato un popolo cosi bravo con le parole, possono vendere la sabbia nel deserto. Quando sono arrivato qui ho dovuto fare le prove orali all’esame mentre in Brasile non è cosi. Cioè da piccolo qui sei abituato ad esternare verbalmente certi concetti, io sono cresciuto con le crocette per cui ero timido, era difficile esprimermi. Forse parlare di cinema è più facile perché è tutto molto strutturato mentre l’arte include cose inesplicabili ed inconsce. Per me il cinema non è arte è troppo implicato con l’industria.

L.G.: Ma c’è anche un certo cinema indipendente.

C.M.: Si, ma quando vai al cinema ti aspetti una storia mentre l’arte deve cercare li dove non pensavamo di trovare nulla. Il mondo è stato dominato di razionalisti, salviamo il mondo perché siamo razionali, dal rinascimento fino all’Olocausto il modernismo ha imperato con il razionalismo, dopo l’Olocausto abbiamo visto, come dice Zygmunt Bauman, che la modernità non ha un etica, non ha morale, uccide anche in forma razionale, schematica e li che inizia la postmodernità. Essere razionali non ha funzionato ed è per questo che adesso c’è il grande momento degli sciamani, della religione, che cerca di mettere in discussione questa grande razionalità rispondendo al quesito: dove ci sta portando il capitalismo finanziario?

L.G.: Alla disumanizzazione.

C.M.: Se volessimo essere razionali le nostre risorse sono esauribili, per cui se continuiamo cosi finiremo presto, citando il film Matrix noi siamo microbi.

L.G.: Nella tua grande opera Montage, iniziata nel 1999, lavori con frammenti filmici in 8mm e 35mm, montati secondo un inconscio politico culturale. In Lovistory hai scelto di formalizzare l’opera attraverso una gigantografia fotografica ed un flusso interminabili di parole che si posso ascoltare con le cuffie. Sembra che hai sottratto all’immenso lavoro di Montage l’essenza stessa della tua composizione artistica cioè l’immagine in movimento.

C.M.: E questo vuol dire andare avanti, sviluppare il lavoro, cercare l’altro, dove non avrei mai pensato di andare. In Montage è tutto filtrato da me, facevo tutto, provavo a fare il linguaggio con il linguaggio stesso del montaggio dell’opera.

L.G.: Hai scomposto e trasformato Montage, ci presenti un immagine statica e con un flusso sonoro suonoseparato.

C.M.: Mi piace procedere per paradossi, e centra anche con l’estrema verbalizzazione della nostra società, e con il nocciolo fondamentale l’interpretazione delle cose, che cosa è la verità? Che cosa è se non sono interpretazioni?

L.G.: Ti sei spogliato dell’essenza del tuo lavoro, l’immagine in movimento.

C.M.: Si, infatti questo è il punto.

L.G.: Che cosa è un gesto di umiltà, mi spoglio dei miei averi?

C.M.: Mi sembrava molto più difficile spogliarmi di queste cose che di altro.

L.G.: Quindi non hai solo trovato un nuovo punto di vista ma anche una nuova formalizzazione.

C.M.: Si perché è una foto molto realistica, non l’ho trattata, era quello che era in quel momento, è quello che erano le persone che parlavano in quel momento, questa è la verità della cosa ed in questo senso io ci credo. Li c’è la stessa verità dei Montage, e anche in quello ci credevo fermamente.  Ma la cosa strana di questa opera è che i pseudo normali non si erano riconosciuti nemmeno nella loro voce, nei loro racconti, in loro stessi, allora c’è un grande problema. Sant’Egidio lavora da anni on loro, noi lavoriamo da anni e dobbiamo metterci in discussione, ed è questo il bello. Li non sono le persone con disabilità che parlano ma le persone abili, persone che amano i disabili. La cosa bizzarra è stata trovare persone cosi altruiste che non si riconoscevano nell’altro.

L.G.: Si perdevano nell’altro?

C.M.: Si.

L.G.: Osservando il tuo percorso lavorativo ho notato che hai un debole per i deboli. L’impressione è che in tutti gli anni di lavoro tu abbia creato un grande esercito di persone “Senza terra/Sem terra”, intesa come condizione mentale, culturale, sociale, sembra che tu abbia armato questa gente, questo popolo, attraverso la scoperta del se, la propria identità, li hai aiutati a riconoscersi, in questa maniera li hai resi potenti. Che intenzione hai di fare con questo esercito? Dove vuoi arrivare?

C.M.: Se precludiamo qualcosa a qualcuno non stiamo facendo lo scopo della nostra vita. Anche nei miei documentari io ho dato voce alle persone vere, normali, non ho mai voluto fare interviste con esperti di nulla. Credo che viviamo in una società talmente mediatizzata che abbiamo  bisogno di persone vere, dell’uomo comune, questo è quello che sto cercando di fare nel mio piccolo. Io voglio fare presente che loro esistono.

L.G.:  Forse vuoi mostrare soprattutto il lato umano delle persone.

C.M.: Si, esatto

L.G.: Il tuo metodo lavorativo sembra articolarsi in questo modo: 1) localizzazione di un confine, 2) riconoscimento di un doppio registro, 3) attuazione di un cambiamento, 4) annullamento e cancellazione del confine. L’opera Paesaggi, passaggi sembra rientrare nell’ultima fase del tuo metodo. Hai privato a tutti quelli che partecipano al video di un senso, la vista, per renderli tutti uguali. Credi che il tuo metodo segue queste fasi? E dicci la verità anche se ti sei bendato l’artista che è in te ha continuato a vedere?

C.M.: No mi sono affidato a loro. E questa è l’opera che mi piace di più forse perché è quella che rispecchia di più la nostra condizione umana. Anche se vogliamo dare una giustificazioni razionali, religiosa, etc. non siamo niente, siamo polvere e non sappiamo dove stiamo andando. Tutto è retto da una strana legge, lo sto capendo adesso come diceva Jung con la legge dei contrari tutto quello che fai un giorno ti ritorna come un bumerang, quindi se tu segui la tua strada sei quello che sei va tutto bene, va tutto liscio, ma se forzi la tua strada lasciandoti condizionare da un genitore, un amante, un marito, e vivi una non vita tua andrai incontri a problemi perchè non è naturale, quindi non sapere cosa succede, e credere di sapere tutto è la vera condizione esistenziale. Io sono felice di riuscire ad intuire e riassumere questo in quattro video. Un scrittore brasiliano dice: quando crediamo di sapere tutte le risposte viene la vita e cambia le domande, siamo sempre nella condizione del non vedere. Io credo che noi possiamo creare delle realtà. Io voglio creare il mio mondo perfetto, la mia protesi.

L.G.: Quindi abbiamo bisogno di un illusione?

C.M.: Non di un’illusione, di una proiezione, capire cosa è l’ideale per noi e poi realizzarlo.

L.G.: Il mondo iperuranico di Platone, il mondo ideale.

C.M.: Si forse, ma non deve essere un’utopia ma una cosa palpabile.

L.G.:  Ma ritornando al metodo, credi che segui questo percorso?

C.M.: Io ho molte esperienze di documentari, del mondo audiovisivo, quindi un metodo vero e proprio non c’è, anche se questa è la terza volta che ho cercato di portare il “metodo” della produzione cinematografica in quella artistica, cioè avere varie persone che collaborano ognuno nel il proprio settore, fotografia, sonoro etc. ed io coordino. Io ho iniziato come pittore quindi è stato difficile il confronto con l’altro anche quando ho iniziato a fare film, volevo fare tutto io, sceneggiatura, regia, montaggio, però poi ho iniziato a dare fiducia e se dai fiducia la persone ti vengono incontro.

L.G.: La responsabilità morale di cui parla Sartre.

C.M.: Alla fine abbiamo bisogno di altro da noi stessi.

L.G.: Come recita la battuta finale del film di Woody Allen Manhattan (1979): “Bisogna avere un pò di fiducia sai nella gente”.


INTERVISTA INSIDE ART 10.12.2014

Virginia Marchione > César Meneghetti

1. Identità e alterità sono da molto tempo parte integrante della tua ricerca.  Nel 2009 l’incontro con Lux, Zuccari, Cannelli e Antezza, autori del libro “Arte, da disabile a persona”, che ti invitano a pensare ad un progetto per la disabilità. Nasce così la costruzione e realizzazione di un percorso pluriennale, I/O _IO è UN ALTRO. Subito arriva il riconoscimento del Premio Brasil Arte Contemporanea di São Paulo nel 2010, poi l’esposizione alla 55esima Biennale di Venezia nel 2013. A che punto è il lavoro, dopo la tappa rappresentata da NOI DIAMO + SENSO?

NOI DIAMO [+] SENSO di Giovanni Fenu, Annamaria Colapietro e Roberto Mizzon è una sorta di ulteriore protocollo, qualcosa in [+] oppure il naturale proseguo nel mondo reale dei processi messi a punto in I\O nei quattro anni di lavoro. I/O _IO è UN ALTRO è anche un laboratorio, un osservatorio e un processo, presenta opere che esplorano la materia vivente come mezzo. E’ anche l’introduzione del proprio processo come produzione artistica è non sottoporsi a nessuna preclusione, e ci permette affrontare tutti gli aspetti rilevanti dell’esistenza, partendo della riflessione sulla normalità che ha attivato un dialogo che ci consente di passare non solo attraverso l’espressione d’identità e alterità, ma anche attraverso una condivisione dei valori attraverso le differenze. Identità riguardo alle opere di Fenu, Colapietro e Mizzon, ai loro racconti e alla loro poetica. Alterità riguardo il lavoro che ho fatto con loro ma anche con l’invito al videoartista Antonio Trimani ad interfacciarsi con nO\I. Infine un gioco d’incroci e dialogo comune, un lavoro congiunto in tutti i sensi. Questa al Padiglione 28 di Santa Maria della Pietà è in verità la seconda mostra di una serie curata da me e Simonetta Lux ad invito degli stessi autori del libro “Arte, da disabile a persona” ed realizzato insieme ad alcuni dei 200 artisti con disabilità che frequentano i laboratori d’arte della  Comunità di Sant’Egidio. La prima monografica della serie del novembre-dicembre 2012, intitolata DUPLICAZIONI, TRADUZIONI, TRASFORMAZIONI di Marianna Caprioletti ha esposto al Museo di Roma in Trastevere oltre settanta opere su carta da questa artista – affetta da sindrome di Pendred ed autismo – che non si comunica con il mondo esterno sennò attraverso l’espressione artistica. Devo ricordare che in una precedente mostra presentata nel 2011 al Quirinale nell’ambito della mostra “Noi, l’Italia” dove è stato messo in mostra un importante lavoro di un anno svolto non solo ai disabili ma insieme a diverse categorie di emarginati dall’artista Anton Roca. Con questa serie di mostre e un programma di accompagnamento formuliamo una tesi: noi affermiamo che l’arte non può raggiungere il suo obbiettivo se preclude qualcosa o qualcuno. E che nessuno va escluso e relegato in una terra di silenzio e isolamento, nella convinzione che è possibile produrre spazi, visioni e logiche alternative per costruire nuovi contesti, cercando là dove molti credono di non di trovare nulla, nemmeno il pensiero. Per il proseguo stiamo lavorando un corpo di opere inedito di I\O per essere presentato nel 2015-2016 al Maxxi di Roma e non solo.

2. Raccontaci il dialogo inter semiotico che hai voluto creare nella mostra NOI DIAMO + SENSO e i suoi obiettivi. 

NOI DIAMO [+] SENSO è anche in questo contesto un ulteriore sviluppo riguardo i lavori precedenti, non solo perché vediamo i lavori pittorici interconnessi dei tre artisti protagonisti (Fenu, Colapietro e Mizzon) ma anche perché si relazionano con la mia opera video (L’ASSE DELL’ESILIO I e II) e quella dell’artista invitato Antonio Trimani (RIVELAZIONI, CONTROCAMPO e CORO). I video racconti di Fenu, Colapietro e Mizzon attestando con forza aiutano a comprendere il percorso dall’esclusione, e quello che ha condotto alla restituzione del ruolo di persone (e ora anche di artisti) nel contesto sociale. Paradossalmente le loro opere vanno oltre al semplice discorso di reclusione o prigionia. Attraverso metafore e sintesi della loro memoria queste opere allo stesso tempo danno un nuovo senso alle loro vite, processi sul proprio sviluppo ma anche al pubblico. I loro lavori sono soprattutto una ricerca d’identità. Giovanni Fenu con la sua visione onirica e singolare di una pittura malinconica e dolce nei suoi RACCONTI IMPERMANENTI, Annamaria Colapietro con l’interpretazione di un’infanzia multicolore alle margini del Tevere in FLUSSI E MEMORIA e Roberto Mizzon attraverso la sublimazione dei suoi limiti fisici in una famiglia di origine contadine attraverso un lavoro estremamente materico e rustico realizza una serie di APPROPRIAZIONI PERTINENTI. Questa è la dicotomia che la mostra esplora: la coesistenza di tecniche tradizionali da un lato (pittura, disegno, scultura); il flusso video, il bipolarismo digitale e l’istallazione video dall’altro. In L’ASSE DELL’ESILIO I questo flusso vediamo tre video-ritratti di grande formato dei tre artisti protagonisti ed ascoltiamo i loro racconti in auricolari wi-fi. Nel percorso della mostra possiamo letteralmente sintonizzare in ognuno dei tre illustri ed autorevoli artisti con deficit psichico-neurologico e allo stesso tempo vedere le loro opere. L’autore e l’opera sono messi in mostra uno a fianco all’altro. Mentre camminiamo, ci accorgiamo che alla fine si tratta di un sistema interattivo costruito dagli artisti e che insieme hanno una forza maggiore che dissociati. La fruizione della mostra stessa è diventata un processo interattivo e in costante mutazione. In L’ASSE DELL’ESILIO II – una sorta di opera partecipata, realizzata insieme ad Antonio Trimani – sei monitor sono posizionati in asse. Tre di loro contiene il ritratto capovolto di uno dei tre artisti protagonisti come nel principio di funzionamento di una camera oscura. Gli altri tre lavori (Trimani), due di loro già esistenti ed in mostra al Castello di Barletta (De Bello Naturae insieme a Peter Campus) contengono paesaggi inesistenti ma che rimandano ai luoghi dei racconti di L’ASSE DELL’ESILIO I, (allusioni alla Sardegna di Fenu, al Tevere di Colapietro, alla pianura della campagna di Mizzon). Insomma, anche la messa in scena del congiunto della opere, realizzate in totale libertà ed indipendenza dialogano tra di loro. Questa ricerca non lineare e non-deterministica è diventata uno dei principali esempi in questo lavoro. La mostra può essere vista ripetutamente, capovolta, ribaltata, senza suono o senza visione e ad ogni volta ci saranno cambiamenti e nuove scoperte, che spesso evocano un sistema vivente. Per concludere anche il luogo ospitante, il complesso di S. Maria della Pietà come nell’Isola di S. Servolo (Padiglione del Kenya a Venezia) è significativamente legata al vissuto dei tre protagonisti della mostra e alla loro di permanenza più o meno lunga in istituzioni manicomiali o similari. La memoria del luogo dove la mostra è stata presentata è un’ulteriore forma di rappresentazione e riflessione.

3. Come artista professionista, cosa hai imparato dai processi in cui hai coinvolto i ragazzi della Comunità di Sant’Egidio, in questi quattro anni?

Quando ho avuto il primo incontro in un laboratorio di Tor Bella Monaca, nella periferia di Roma, ho avuto la sensazione che quelle persone, che stavano facendo i laboratori di arte tradizionale avevano una tale carica espressiva, una tale verità interiore, una tale voglia di condivisione e presto mi sono entrato in risonanza con loro. E’ tutto iniziato questo giorno e ho percepito che un lavoro insieme sarebbe stato possibile, e poi sono partite le Verifiche #1, 2, 3 e 4 e si è instaurato un processo aperto. Il vissuto e l’incontro è stata la parte più importante. Volevo essere onesto con me stesso, volevo sapere se questa cosa che ci unisce che è la ricerca di un senso, perché non sappiamo da dove veniamo e né dove andremo, e non ci resta che cercare in questo intervallo di tempo tra i due vuoti chiamato vita. In quel momento particolare, volevo proprio capire tutto, volevo vedere, confrontarmi e loro erano verità. Loro erano veramente loro stessi, senza maschere sociali alle quali noi siamo abituati. Come abbiamo detto nella mostra in corso l’artista è quello che rompe l’anestesia, è quello che destabilizza il suo suolo, è quello che fa vedere quello che noi non vediamo. E molti di loro lo fanno anche con più proprietà che molti artisti professionisti. Abbiamo iniziato con la problematizzazione del confine della normalità, nei laboratori ma nella società intesa in senso ampio. Quel mio vissuto insieme agli amici con disabilità sono come delle “azioni” e la loro parole catturata o registrata sono una sorta di “sculture invisibili”. Nell’ascoltare l’altro in una maniera orizzontale e senza filtri ci siamo incontrati in un campo comune: nell’arte, nella creatività ma anche in una condizione simile a quella di essere straniero. In questo territorio di estraneità, di confine abbiamo riconosciuto quello che ci accumuna nella condizione umana e il risultato si vede dal lavoro fatto. L’installazione, la fotografia e l’immagine in movimento, inteso come produzione si è trasformata in un processo di collaborazione anche con un gruppo di professionisti. Il lavoro si è trasformato anche in uno strumento di auto-riflessione e persino di trasformazione per me e per tutti quelli che hanno vissuto. Ho capito che ognuno di noi ha il nostro grado di handicap in alcun campo e stiamo vivendo oggi per trasformare questo gap in forza motrice. E ho anche scoperto l’altro e dunque mi sono molto “disegoificato”, e essere sicuro che la bellezza si trova nella vera essenza e nella giusta condotta.

4. Quali nuove strade ha aperto secondo te il progetto, ad oggi, per l’arte e la disabilità?

Credo che un processo di sensibilizzazione e trasformazione è già stato avviato e nell’arte questo non c’è ritorno. Un lavoro pioniere iniziato in Brasile nel 1946 dal medico psichiatra Nise da Silveira ha dato origine al Museo dell’inconscio a Rio de Janeiro. Questo museo oggi conta con più di 350 mila opere e molti dei loro artisti sono inseriti nel mercato dell’arte. Nise incontra Jung nel 1954 e Basaglia nel 1974. Poi ci sono una serie di altri esempi di artisti nel mondo che vanno da Arthur Bispo do Rosário a Ryan Gander. Nel corso di questi anni di I\O all’inizio ho incontrato un sistema molto refrattario e anche discriminatore verso il disabile per la madre di tutti i pregiudizi, cioè l’ignoranza. L’ignoranza dell’altro diverso da te. Tocca a noi e poi a tutto il resto della società a cercare di attuare la vera trasformazione, perché necessaria. Poi con la nostra determinazione progetto abbiamo avuto un crescente di consensi, ed un riscontro sempre di più positivo.

5. Chiudo facendoti la stessa domanda che ho posto alla professoressa Lux: pensi sia possibile, in futuro, una integrazione dell’artista con disabilità intellettiva nel cosiddetto sistema (o mondo) dell’arte?

La grande questione dell’arte è anche questionare cos’è l’arte? Arte è quello che i critici e gli storici dicono? Che cos’è l’arte? È quello che fanno gli artisti. E che cos’è che fanno gli artisti? Arte. Anzi, “l’arte in verità non esiste, quello che esistono sono solo gli artisti” afferma Lux. Possiamo discutere qui, nell’ambito dell’arte sull’idoneità o no di un artista chiamare/attestare artisti disabili “artisti”? In questo contesto doppiamente affermati, doppiamente qualificati da un critico e storico dell’arte e da un artista.


TESTO DI SIMONETTA LUX SU LUXFLUX MAGAZINE N.50 2013

CÉSAR MENEGHETTI: I/O_IO E’ UN ALTRO. JE EST UN AUTRE – 55ª Biennale di Venezia. Un soggetto ipercontemporaneo* (testo italiano)

È nel soggetto e nel contesto che ho definito ipercontemporaneo che finalmente l’atto del ricordare e l’atto testimoniale sfuggono al chiuso carattere metaforico dell’opera o della creazione artistica, aprendo l’opera e la creazione dell’arte all’altro attraverso un processo che non si chiude nell’oggetto realizzato ma che si proietta con azione trasformatrice psicologica e culturale negli altri soggetti e ambienti della recezione, con azione di inclusione e partecipazione in un feedback che potremmo quasi dire infinito di azione trasformatrice.

Tale soggetto artista imputa in prima istanza a se stesso, autobiograficamente, le ragioni e il fatto della scelta (dei modi, mezzi, tecniche, procedure e delle tematizzazioni), con ciò rispondendo a quanto Adorno aveva prefigurato come modo di uscire dall’impasse culturale determinata dal non avere noi più potere sulla realtà e sulle strutture di dominio che ci sovrastano: possiamo lavorare solo su noi stessi, egli affermava, considerando ciò il primo punto cardinale della sua pedagogia della resistenza.

In secondo luogo; di fronte al pessimismo dei filosofi della Scuola di Francoforte verso la razionalità occidentale, l’artista ha allargato alla realtà e ad altri soggetti ed ad altre forme di razionalità e di pensiero la continuità dello svolgersi e dell’operare dell’opera stessa, presumendone l’inclusione fin dall’istituzione dell’opera. Dalla più ampia realtà, come anche dal riconoscimento di quella più reietta e del contesto culturale più trash, sanno che provengono comunque le forze emancipatrici della società.

Quando ho parlato di arte ipercontemporanea e di un certo loro sguardo non mi sono riferita a quell’”oggetto che crede di essere un soggetto”, l’opera d’arte (Maurizio Ferraris, La fidanzata automatica) ma mi sono spostata dall’oggetto al soggetto, mi sono riferita piuttosto a quel soggetto, uomo/donna/artista, che nel mondo globalizzato della fase postmoderna del capitalismo (la III fase, secondo Jameson in Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, 1984/1992) iscrive la propria visione critica su tale mondo, compie un atto etico, nella propria opera: lo fa attraverso un mode d’emploi peculiare di tutti i mezzi possibili di espressione (resi disponibili proprio dalla deregulation di ogni paradigma dell’arte esplosa in ciò che chiamiamo con Lyotard condizione postmoderna): da quelli codificati nelle epoche precedenti, a quelli nuovi da sempre estranei ai paradigmi moderni dell’arte. E lo fa soprattutto misurandosi con situazioni estreme ed opposte (creare ponti tra nazioni e culture lontane; cavalcare normalità/anormalità; intrecciare alto e basso, strati linguistici conformi e strati non conformi), includendo nell’opera e nel processo creativo dell’opera quelle persone della cui condizione l’artista si fa carico di interesse in una condivisione di responsabilità e di eventuale gioia critica della vita e della realtà.

Lo statuto o condizione di tale soggetto e uomo/donna/artista ipercontemporaneo, è statuto di alterità o estraneità al mondo: ma l’artista è, secondo i punti di vista, condannato a (Boris Groys), operare con la e sulla materia di quel mondo oppure responsabile nella scelta di farlo: così César Meneghetti.

Oltre il carattere metaforico dell’opera d’arte e oltre la funzione simbolica del linguaggio artistico (che permangono), oggi l’arte ha esteso (continua ad estendere) la sua azione fino ad attuare un processo trasformativo vero e proprio nella cultura e nella realtà contemporanea, mutandone a fondo sia gli automatismi pregiudiziali culturali sia la condizione emotiva/affettiva dei soggetti coinvolti dall’artista e dell’artista stesso.

Con l’esperienza di César Meneghetti e la realizzazione delle diverse tappe del work in progress I/O_IO E’ UN ALTRO. JE EST UN AUTRE il paradigma dell’arte come azione trasformatrice del reale si mostra possibile e non solo utopistico, non solo antagonistico, non solo auspicabile.

Nel momento in cui riconosciamo questo paradigma dell’arte, resta da accettare lo statuto dell’arte e dell’azione artistica che così si configura. Resta cioè da accettare il fatto che non tutto è nell’opera realizzata, ma occorre vedere oltre la materialità ed i media della sua apparizione, entrare nel fluido di quei processi interrelati e scambiati che inclusi, o condivisi o intrecciati (backstage e poststage) .

L’azione trasformativa dell’arte è dunque azione nel contesto di una più larga azione critica e emancipatrice che riconosciamo a soggetti diversi del mondo: azione tuttavia peculiare nell’arte, per il carattere immaginifico, sorprendente (e non fatuamente bizzarro), per il carattere quindi visionario attivo del linguaggio che l’artista mette in campo.

DOPPIO REGISTRO DI CÉSAR MENEGHETTI ARTE/REALTÀ 

Il doppio registro arte/realtà è peculiare della opera di César Meneghetti può/deve essere declinato in altri antagonismi: identità /nomadismo, cristallizzazione / flusso, alterità/pregiudizio, memoria/oblio, normalità/diversità, confine/sconfinamento. Perché è lì, sul quel confine, che l’opera di Meneghetti si svolge e la sua arte si compie. Lo split-screen che, tra gli infiniti dispositivi linguistici da lui sapientemente usati, finora poteva costituire il tropo di una creazione nel doppio registro addensata sui confini tra le cose e le condizioni, non è un caso che nell’opera inedita più recente sia stato abbandonato, come se il confine che separa  condizioni e contraddizioni culturali fosse stato fatto cadere. É così? Prima dell’attuale opera I/O IO È UN ALTRO, cristallizzazione di un lungo e difficile progetto/processo passato attraverso verifiche, César Meneghetti ha attribuito la dignità di linguaggio a lacerti, tracce, frammenti, narrazioni, fulminei parallelismi di mondi lontani e contrapposti: Italia/Brasile, EuropaAmerica, Africa e scienza europea e con tutti i dispositivi oramai disponibili dell’arte – fotografia, montaggio, installazione, scultura, regia eo sceneggiatura – ha fissato una contrapposizione nella lontananza, ha fatto emergere questioni particolari, universalizzandole e narrandole, intercettandole grazie alla sua condizione nomadica od emigrante che egli condivide con artisti e uomini di questo mondo globalizzato. Mi riferisco tra i film a Senza Terra/Sem Terra(12’30’, 2001) realizzato con Elisabetta Pandimiglio, o ai Montages astratti che ha continuato a realizzare a partire dal 2000, o, per arrivare più vicini a noi, a K_lab- interacting on the reality interface (2009-2011). In Senza Terra/Sem Terra c’è il racconto ficticious/realistico dell’esistenza di un uomo che non parla, segnata da un evento straordinario: la sua nascita in mezzo al mare. Partorito in una nave carica di emigranti convinti di andare a far fortuna nella  “Merica” con i suoi vasti spazi da coltivare, quest’uomo si ritrova a crescere in un Brasile governato da un’aristocrazia rurale che aveva sostituito la manodopera schiava con quella – più conveniente – dei salariati europei. Lo scandalo del film è il suo incipit narrativo: quando quell’uomo ha smesso di parlare, un uomo destinato fin dal primo giorno di vita a cercare la sua terra senza mai raggiungerla.  L’inspiegabilità di quello scatto interiore e la narrativa attraverso altre voci, le voci delle donne che lo hanno amato in due diversi angoli del mondo, i dispositivi filmici messi in opera in una modalità compositiva anticinematografica classica (manca continuità di trama e sceneggiatura) creano attesa e sospensione.  Quest’opera narrativamente aperta e questo oggetto filmico non rigidamente pianificato- col suo soggetto tratto da un fatto reale di tempo lontano- si fa apertura sulle condizioni di vita nel Brasile e su condizioni condivise oggi nel mondo da molti. In K_lab- interacting on the reality interface, è irrisolta , di nuovo, l’identificazione e separazione di due mondi, apparentemente comunicanti ma rigidamente chiusi nei loro confini: mondo della scienza occidentale vincitrice e fruttuosa, mondo dell’Africa, il Niger, improvvisamente  abbandonato alla regressione dello sviluppo e all’avanzamento della desertificazione. Meneghetti ê chiamato a raccontare la relazione tra i due mondi, in base all’enorme documentazione scientifica del successo ottenuto dal progetto  governativo italiano di bloccare la desertificazione, con la piantagione di 25 milioni di alberi e con complesse opere di irrigazione attraverso  tecniche culturalmente e operativamente realizzate dalla popolazione locale. Nell’opera dell’artista niente documenti, faldoni, statistiche del successo pur ottenuto dagli scienziati ed interrotto dai politici. Con la sua capacità trans-generi (trans-gender) e trans- mediale (trans-mediality), Meneghetti struttura l’opera in un’unità semantica inscindibile: vi è un’unità artistica complessa che si articola in parti che sono esse stesse opere individuali:  proiezioni, sculture, installazioni audio/video, video-cabine, che la compongono. Queste ultime una invenzione di Meneghetti e la procedura originale: i soggetti, in questo caso i nigerini, sono chiamati a parlarci, della loro visione di Dio, dell’Amore, della vita, del futuro, del denaro restituendoci ed universalizzando la vita e le concezioni di quel luogo lontano, che la scienza ha aiutato e la politica ha abbandonato (1). Sia le opere che i Montage  sono il compiere su di sé, cioè sulla propria storia personale di filmaker artista, un montaggio guidato dal montaggio stesso (la composizione astratta di frammenti filmici suoi),  la costruzione guidata dal suo inconscio politico e culturale. Emerge come fatto dominate la padronanza tecnica, quando egli dava ad alcuni dei suoi montage titoli come jumpfade inpiano sequenza: ma è evidente che César Meneghetti si fa fare dal suo stesso farsi, apprendendo dalle sue stesse opere. Come egli stesso scrive  “in fondo la tecnica, il Montage, è solo uno spunto per parlare d’altro, indagare sul linguaggio e la diversità nelle culture e nei mondi che ho vissuto personalmente in sud America, Gran Bretagna, Italia, così ricercando una propria identità personale, transnazionale, orizzontale”. É evidente nell’artista sin dagli anni della sua formazione il rapporto critico con le tecniche. In modo inconscio ma consapevole, César Meneghetti ha usato ad esempio (in Montage 6 e in  Montage 7) lo split-screen, volendo attribuire una contemporaneità di tempo e di luogo, l’idea della fusione ed indistinguibilità delle strade di due città così diverse  come San Paolo del Brasile e Roma o come Londra e Roma. Come egli stesso scrive nell’intervista del 2006 (2). Un iper-non- luogo, una realtà evocata dal modo d’uso della tecnica e dell’immagine. Il modo d’uso dei media tutti disponibili all’artista contemporaneo e l’eccellenza formale tesa ai limiti dell’astrattismo, non escludono il soggetto, anzi assistiamo a un ritrovamento del centro, un centro che si sposta continuamente, un centro nomadico, in un intreccio infinito di individui, luoghi o contesti, dunque la componente etico critica diventa il nuovo protocollo dell’arte. Una nuova soggettività senza espressione ma con sapienza (3). Quando ho invitato César Meneghetti a lavorare su e con persone disabili, l’artista si sapeva chiamato a una nuova scena della verità attraverso l’arte, ma non sapeva che avrebbe infranto il confine ambiguo tra realtà e rappresentazione, portando con un processo creativo condiviso un rivoluzionamento vero e proprio  in quella realtà di condizione e nella propria stessa realtà. Il rivoluzionamento grazie al processo relazionale messo in moto da Meneghetti con un processo condiviso con persone disabili – e con l’educazione alla libertà nel modo d’uso dei media, quindi  al concetto attuale di arte- è azione che egli compie al culmine di un processo di svelamento e di liberazione da una condizione reclusiva e discriminata da anni avviato attraverso atti istituzionali  concreti dalla Comunità di Sant’Egidio con le leggi sulla creazione di percorsi non differenziali nella scuola (legge n.517 del 1977 e legge 270 del 1982) con la creazione di impresa e di lavoro e con la creazione dei Laboratori d’arte: ne abbiamo parlato nel libro a più mani Con l’arte Da disabile a persona (5).Se era già dimostrata la intelligenza e la capacità comunicativa delle persone con diverse disabilità fisiche e neurologiche anche attraverso gli strumenti della comunicazione aumentativa (W.O.C.E. Written Output Communication Enhancement), che cosa poteva fare di più l’arte e l’artista, e come? Non si può dire che César Meneghetti non fosse un artista adatto.

In I/O_IO È UN ALTRO il tema centrale del confine, del doppio registro persiste, ma la rappresentazione o metafora della insolubile contrapposizione di visioni culturali opposte (presente in opere precedenti e persistente in tanti artisti contemporanei), diventa passaggio vero e proprio da una condizione ad un’altra, cambiamento della condizione :è un grande passo, è una rivoluzione, poiché ora io so la mia diversità, uso la mia disabilità e la mia intelligenza, creo, ironizzo , comunico. Morirà il pregiudizio, un giorno, se ho sofferto posso ricordare perché e al muro del disprezzo posso opporre la consapevolezza raggiunta dell’ infondatezza di esso. Si può dire che il cambiamento sia nel linguaggio dell’arte? Si e no. “Si, come scrive César Meneghetti,  siamo tutti parte di un corpo unico. I/O, uno/zero, (OPERA=05  BIOGRAFIE MINIME) come se gli uno e gli zero si riunissero e formassero un linguaggio, come accade con la new media art concettualmente indagatrice, tecnologicamente innovativa e socialmente/ culturalmente critica. I mezzi utilizzati, il parallelismo di I/O (uno/zero) mettono in primo piano le relazioni critiche tra cultura digitale e cultura in generale(…) In questo lavoro come nei nuovi media bisogna rimanere in puro flusso d’immagine in modo di essere veri (…) Il nostro impegno non è più solo quello di rappresentare, ma trovare un modo di de-codificare. De-codificando possiamo anche cambiare” (6). E no: dopo la crisi del moderno l’artista ha conquistato la possibilità infinita d’uso, nell’arte, di tutti i media e di tutti i dispositivi: il nuovo è solo quell’altro moderno(alter modern) in atto nell’infinità dei mezzi che si possono usare e dei processi che si possono scegliere. Il cambiamento è solo nelle persone, in un processo infinito della vita e della creazione stessa dell’arte. L’opera e la verifica si passano il testimone, in un processo infinito dell’artista con l’altro che nell’opera cristallizzano il presente sempre passato, iscrivendo il tempo con segni. La doppia rivoluzione o liberazione interiore di cui a più riprese parla César Meneghetti per sé e per gli altri relazionati, non è che la cancellazione del confine che separa visioni e condizioni di diversità da condizioni di conformità coatta, soluzione dello scontro  tra soggetto e realtà vissuta e subito persa. L’opera d’arte-oggetto, la cristallizzazione o segno temporaneo di processi vitali, relazionali, percettivi, è  inadeguata nella sua essenza a rappresentare a testimoniare il processo di cui pur tuttavia è momento integrante.

Ma l’arte è tale articolato, sconfinato, processo.


I\O _IO È UN ALTRO César Meneghetti Special ProjecT LUXFLUX MAGAZINE N.50 2013

Nell’ambito delLLA 55. Biennale di Venezia, sarà presentato lo special project dell’artista italo-brasiliano César Meneghetti I/O _IO È UN ALTRO, a cura di Simonetta Lux e Alessandro Zuccari, commissario Antonio Arévalo.

I/O _IO È UN ALTRO è ormai alla sua terza tappa: dopo la presentazione della sua fase preliminare al MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma (gennaio 2011) e in occasione della Biennale Session nel contesto della 54. Biennale di Venezia (ASAC, Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia, ottobre 2011), Meneghetti espone nel Padiglione kenyota sull’Isola di San Servolo i risultati del lavoro di tre anni condotto con più di 200 persone con disabilità mentale dei Laboratori d’Arte di Sant’Egidio, mettendo in atto un lungo processo relazionale, creativo e di conoscenza di sé come Persona. Riflettendo sul concetto di alterità, l’artista ha lavorato con gli Amici di Sant’Egidio raccogliendo le loro testimonianze ed invitandoli ad esprimere la loro visione del mondo.

In occasione della mostra, che inaugura il 30 maggio 2013 alle ore 18.00 (Isola di San Servolo), è pubblicato un libro edito da Maretti Editore, con testi di Simonetta Lux, Alessandro Zucccari, Antonio Arévalo, Mike Watson. Pubblichiamo qui in anteprima l’intervista a cura di Paola Poponi, pubblicata nel catalogo di Venezia, edito da Maretti editore, 2013 nella quale parlano l’artista, il commissario, Antonio Arevalo e i curatori dello Special Project, Simonetta Lux e Alessandro Zuccari.

Introduzione e intervista a cura di Paola Poponi, commissario [click here for the English version]

I lavori con gruppi di persone come i motoboys di San Paolo (2002-2004), l’opera realizzata in Africa con gli abitanti di Keita in Niger (2007-2009), lo studio della quotidianità in Estremo Oriente (2010-2011): la persona al centro. Una vitale necessità di indagine sull’essere umano rende l’artista César Meneghetti errante da anni tra i continenti per scoprire e comunicare nella totale contemporaneità il confine ultimo: “l’abilità di esprimere il proprio IO”. Una novità, un’idea, un’intima razionalizzazione di poter “mappare” l’interiorità dell’altro nella consapevolezza del lato più immateriale e difficilmente (ri)conoscibile di abitanti di un mondo parallelo, capaci di produrre logiche, visioni e spazi alternativi. Ma alternativi a cosa? Di fronte alle promesse mai mantenute della globalizzazione, César Meneghetti si propone di cercare il pensiero dove da troppo tempo si pensa di non trovare nulla. Troppo bello per essere vero…, troppo giusto per essere compreso… È quel senso di appagamento spirituale che trascende ogni schema e pregiudizio ed innesca in noi il misterioso senso del rispetto; verso la natura che riflette il nostro sogno, verso la natura umana che riflette la nostra speranza. E allora, come ora, per questa azione critica svolta nel senso della complessità e dell’innovazione multidisciplinare, mi sono lasciata coinvolgere immediatamente dal colpo di fulmine intellettivo ed emotivo che ne è nato, con César Meneghetti autore, artista e testimone nei Laboratori d’Arte per persone disabili della Comunità di Sant’Egidio. Il risultato di questa conoscenza sensibile di uomini e donne che percorrono un pezzo di strada insieme è l’opera dell’artista e nel contempo la loro presenza al Padiglione della Repubblica del Kenya a questa 55. Biennale di Venezia. Sono il primo pubblico dello Special Project, posso testimoniare il fascino intrinseco che può avere la comunicazione e l’espressione di una parte di mondo considerata diversa, troppo spesso tabuizzata ed emarginata con disprezzo. Nell’arte di Meneghetti priva di cosmetica (spesso inutile) o tradizionalismi (a volte ingessanti), vince l’essenzialità del linguaggio, che al tempo stesso va dritto al cuore e al contenuto del problema: una società di pregiudizio genera inevitabilmente oppressione. Dalla cultura del pregiudizio e dell’indifferenza si esce anche per la via dell’arte, tracciata da Duchamp e Beyus. Ognuno a suo modo e con i propri strumenti, da professionisti e non, da intenditori e non, ma con il coraggio dell’interazione. E se Mike Watson afferma che la democratizzazione del termine arte rischia di cancellare il ruolo privilegiato dell’artista in quanto tale, io invece non ne ho timore…. Perché se ognuno si afferma altro dall’altro che percepisce, l’Arte in quanto tale nasce, dalla sensibilità che è sempre altra da sé ed universalmente in dovere e in diritto di manifestarsi. Mi interessa l’artista che non solo testimonia con strumenti di abilità, cioè con arte, ma che mette strumenti di abilità anche in mano a chi ne è, per natura e/o cultura sprovvisto.

Paola Poponi: I\O_ IO È UN ALTRO, un progetto intrapreso da te nel 2010, un lavoro in progress (2010-2012), e ora opera (2013): ti chiedo perché lo hai iniziato, e perché questa volta hai deciso di lavorare in un unico luogo- Italia, Roma- invece di essere in transito in Africa, Asia o America Latina, scenari dei tuoi recenti lavori?

César Meneghetti: Ho continuato in questi anni a transitare tra civiltà e culture, come testimonia il lavoro fatto in Niger che conosci. Si dice che Roma sia la culla mitologica della nostra società contemporanea. Si dice anche che abbiamo costruito a immagine e somiglianza della antica Roma, una società individualista, con il capitalismo come sistema e un’ipotetica piramide sociale basata sul controllo economico-sociale della minoranza da parte della maggioranza e sullo sfruttamento dell’uno sugli altri. Quanto più la società è costruita a forma di piramide, tanto meno sono le persone con cui avere rapporti simmetrici e reciproci. Un mondo nel quale si hanno poche affinità reciproche, è un mondo che difetta di altruismo, un mondo disuguale e di conseguenza più violento, che ci conduce molto probabilmente nel vicolo cieco della premessa tribale, involuta e persistente, di homo homini lupus. Ed è proprio nella vecchia Roma, nella periferia e in centro, a Trastevere – oggi gentrificato, ma un tempo quartiere marginale – e a Tor Bella Monaca, la periferia odierna che, su invito di Simonetta Lux, parte e si dà inizio alla prima tappa di I\O. Nel Museo di Tor Bella Monaca ho conosciuto all’inizio del 2010 un gruppo di persone con disabilità di vario tipo che frequentavano uno dei Laboratori d’Arte della Comunità di Sant’Egidio e realizzavano lavori usando prevalentemente tecniche tradizionali come pittura e scultura. Sin dal primo momento, mi ha colpito moltissimo il fatto che, dentro quel laboratorio creativo, nell’ambito del fare artistico, queste persone erano diverse, come immersi in un liquido che li faceva volare. Quando invece erano sul punto di uscire, iniziavano ad incupirsi al solo pensiero di tornare alla loro quotidianità. Più li frequentavo, più constatavo che il desiderio di ognuno di loro era di partecipare, di appartenere, ma forse soprattutto di poter realizzare qualcosa, qualsiasi cosa per un altro. Questo è in contraddizione con la nostra società odierna e con i luoghi comuni di cui è infarcita. Allora vivevo i ragazzi come “gruppo”. Poco a poco ho imparato a comprendere anche la particolarità di ognuno; a considerarli singole persone che si identificano e hanno empatia con l’altro e manifestano una sorprendente disinvoltura nel dimostrarlo quando entrano in rapporto/contatto. Per toccare questa realtà bisogna vincere il primo impatto che nasce dai paraocchi culturali, dai pregiudizi, dal meccanismo di potere. Questa è la mia sensazione primordiale che ho voluto uscisse intatta in questo lavoro. In I\O_IO È UN ALTRO le sensibilità e le intelligenze ci sono. Diverse, individuali e specifiche: non devono essere ignorate, come se appartenessero indistinte a una totalità indistinta. In questo lavoro non abbiamo invertito questa piramide, né abbiamo attuato una rivoluzione violenta. Abbiamo solo cercato la simmetria e la reciprocità. Sono partito dal cubo, elemento primario che è alla base della perfezione della scultura greco-romana. È l’elemento dell’intelligenza che plasma e prefigura un’idea o una rappresentazione. In questo contatto con l’alterità mi sono chiesto: perché devo perdere il mio tempo di vita pensando a creare cose per il possesso o usufrutto di pochi mentre posso con il mio lavoro fare qualcosa per molti, tutti, e a partire da me stesso?

Paola Poponi: Cosa rappresenta per te il codice I\O? L’io? Le lettere “i” e “o”? Il numero 1/0 (uno/zero)? E perché questi segni, simboli sono all’inizio del nome del progetto?

César Meneghetti: Siamo tutti parte di un corpo unico. 1/0 (uno/zero) come se gli uno e gli zeri si riunissero e formassero un linguaggio unico come quello informatico (ASCII), o come accade nella base di ogni cosa, della cultura, della vita. L’unione degli opposti, i paradossi, la dialettica, il positivo e negativo che genera una nuova energia: gli uno (o uni) e gli zero della società post-global, i normali e gli altri, i ricchi e i poveri, il bianco e il nero, il Nord e il Sud, il giorno e la notte, l’atomo e l’universo. O anche: “l’uno contiene i molti e i molti contengono l’uno” buddista; o l’osmosi che si dà nella natura “bio-psico-sociale” dello sviluppo umano dove nulla si può comprendere nell’isolamento dal proprio ambiente, dalla propria cultura.

Paola Poponi: Come si coniuga all’insieme il tuo riferimento al digitale?

César Meneghetti: Oggi i mezzi digitali utilizzati sono uno strumento alla nostra portata, come lo sono state le iscrizioni sulle caverne, la scultura, la pittura per rappresentare un flusso di pensiero, sia esso dominante o no. Attraverso il cubo-concetto platonico dell’idea preesistente, facciamo come gli scultori del passato che dovevano liberare dal cubo di marmo figure rinchiuse nel rigore del blocco. Il parallelismo di I\O mette in primo piano le relazioni critiche alla cultura digitale e alla cultura in generale. Il parallelismo di I\O mette in primo piano un modo critico d’uso della cultura digitale. La tecnologia è in continua evoluzione, o meglio in continua obsolescenza, così come le piattaforme per i nuovi media, gli hardware, i dispositivi elettronici diventano vecchi ed inutilizzabili dopo appena pochi anni. Un vecchio nuovo, una mentalità di superproduzioni e deperimento del creato, in una maniera che appare vertiginosa. Tutto deperisce in fretta: gli oggetti, le idee, i sentimenti, i legami, i principi, la propria apparenza, la propria vita. Tutto è un costante macinare che non lascia il tempo di capire qual è il vero e quale il falso; di cosa necessitiamo veramente e perché la realtà che ci è proposta, venga costruita attraverso mezzi media creati da un sistema dominante che detiene il proprio canale di veicolazione, di informazione. In questo lavoro, come nei nuovi media, se si vuol essere veri è necessario rimanere fedeli, ma entro un puro flusso di immagini. Qualsiasi cristallizzazione rischia la morte precoce o il deperimento per l’obsolescenza programmata. Il digitale ha solo accelerato e portato tutto questo ad un livello di pensiero. Siamo rapidi, reperibili, universali. Niente veramente ha più bisogno di esistere in verità, perché tutto esiste in maniera fittizia.

Paola Poponi: Come entra nel cono di luce (o nel cono d’ombra) del tuo pensiero critico l’opera di César Meneghetti?

Simonetta Lux: Nei lavori di César Meneghetti c’è sempre un doppio registro: una tematica che va alle sue lontane radici brasiliane ed una universalizzazione delle questioni fatte emergere in quanto intercettate per così dire dalla condizione nomadica ed emigrante che egli condivide con la maggior parte degli artisti di questo mondo globalizzato. Se la bellezza dei risultati potrebbe fare pensare a un nuovo formalismo, in particolare nella serie Montage (1999-2003), il mode d’emploi dei media e l’eccellenza formale tesa talvolta fino all’astrattismo non escludono il soggetto, anzi assistiamo a un “ritrovamento del centro”, un centro che si sposta continuamente, un centro nomadico, in un intreccio infinito di individui e luoghi o contesti, dunque la componente etico-critica, una volta di più, diventa il nuovo protocollo dell’arte. Una nuova soggettività, senza espressione, ma con sapienza. Lo sfondo politico-sociale è sempre più importante: tanto da provare costantemente a canalizzare questo impegno nei lavori filmici. Anche questo sguardo trasversale è inevitabilmente politico, perché non mi trovo ad osservare una realtà da un unico punto di vista.

Paola Poponi: Nella ricerca dell’artista si fa riferimento allo psichiatra e ricercatore Daniel Siegel dell’Università della California che parla di “neurobiologia interpersonale”. Mi domando, può questa posizione attribuirsi al processo dell’arte che Bourriaud ha definito estetica relazionale e che di fatto è connaturata al progetto I\O_ IO È UN ALTRO?

César Meneghetti: È noto che il funzionamento del nostro sistema nervoso è strettamente collegato alle nostre relazioni personali, alle importanti figure affettive della vita e alla relazione che abbiamo con la nostra cultura. Questo processo può essere interrotto o sviluppato dal cervello durante la vita in società, se questa si basa sullo sfruttamento e sulla concorrenza, ma può essere attivato un processo inverso, positivo, istituendo opposte condizioni di vita e di relazione di segno opposto.

Alesandro Zuccari: César Meneghetti da noi invitato, ha esplorato lungamente il feedback del soggetto ad interferenze negative ed è il primo degli artisti invitati nei Laboratori d’Arte per confrontarsi con questo processo, esplorato in lunghi anni di attività nel quale si è dimostrata l’intelligenza e la possibilità di espressività, in-comunicata nelle persone disabili. Come artista Meneghetti ha reso visibile questa invisibile potenzialità.

Simonetta Lux: Attraverso il dispositivo della videocabina #03, consapevole o no, ha condotto un’intervista reciproca che entra in risonanza con l’idea del colloquio persona con persona di Franco Basaglia. Quindi, nel colloquio, ovvero qui nell’intervista – è di lui a loro e di loro a noi – realizzata in un luogo protetto e violato dalla macchina da presa e/o dalla fotocamera, scaturiscono delle risposte/reazioni inattese, positive, inaspettate, oltre quelle possibilità già intraviste. L’artista, il regista, è andato a sondare un terreno tutt’ora incognito e l’arte giunge dove non si era giunti in precedenza. Paure dello spazio, insofferenza a sonorità eccessive, difficoltà di concentrazione, ricerca emozionale alla cieca – come nel laboratorio di movimento attivato dalla coreografa Cristina Elias insieme a Meneghetti – sono barriere del tutto cadute come ci appare in in_visibilità (2013).

Paola Poponi: Ma allora, che fa l’arte? E come fa questo processo–progetto a farsi Arte?

Simonetta Lux: Documentazione, workshop teorici e riprese di 30 disabili con l’artista, i critici, alcuni volontari, hanno rappresentato la prima fase del progetto sostanziato innanzitutto nell’incontro tra César Meneghetti e il gruppo, eterogeneo per età, condizioni fisiche e sociale. Eterogeneo anche nella disabilità, a volte mentale, a volte fisica e a volte fisico-mentale. Queste persone vivono da anni una ricerca espressiva e comunicativa che passa anche attraverso la creazione artistica nei Laboratori sperimentali d’Arte della Comunità di Sant’Egidio. I principali sono stati Tor Bella Monaca e l’atelier messo a disposizione dell’artista nel quartiere di Trastevere. Meneghetti ha utilizzato all’inizio lo strumento denominato VIDEOCABINA, per un’investigazione preliminare e un confronto chiamato di VERIFICA #01: interviste, registrazione di voci, frasi, racconti, storie di vita in presa diretta. Si è dato vita cosi ad un’esperienza relazionale, mentre l’artista avviava una seconda parte del confronto, la VERIFICA #02. Si tratta di un processo aperto di insegnamento in cui – attraverso confronti, interviste bilaterali – sono stati offerti al gruppo strumenti contemporanei del linguaggio della comunicazione e dell’arte non badando – come egli ci ricorda continuamente – alla asimmetria delle diverse condizioni, intendendo ottenere, in una relazione orizzontale, delle risposte/opera (foto, video). Sono stati inclusi anche coloro che, bloccati, per motivi diversi, oltre che nell’espressione verbale anche nel corpo, conservano il loro diritto all’espressione: come nella VERIFICA #04, sul movimento.

Paola Poponi: L’OPERA #01 VIDEOCABINA #03, una videoinstallazione monocanale, si può considerare la generatrice degli attuali dispositivi presenti in questa 55. Esposizione Internazionale d’Arte?

César Meneghetti: No, è solo una parte del lavoro fatto in questi anni con loro: è anche un’opera frutto del mio conoscere e indagare su di loro. Per più di mezz’ora ci troviamo davanti ad un video di quasi 40 minuti ad ascoltare, ma anche a interagire in una certa maniera, a interfacciare, ad addentrarci nell’intimità della vita non solo di 30 persone con handicap, ma forse anche della nostra. L’opera #01 è forse un anti-film, un anti-video di una sola inquadratura ma con migliaia di varianti interne. È un dialogo corale e privato a 30 voci per un unico spettatore, il pubblico.

Antonio Arévalo : Ci appare evidente il piacere per la poesia delle immagini, per la parola dei suoi interlocutori guardati con uno sguardo nuovo, lontano da ogni pregiudizio ed è altrettanto evidente l’abilità dell’artista nel generare flussi di pensiero e di immagini e nel trovare un modo nuovo e sensibile di raccontare tutto ciò. Nulla succede tranne la esperienza dell’incontro con l’altro. Mi vengono in mente le parole di Ignacio de Loyola: “Vedere le persone, le une e le altre. In primo luogo, coloro che sono sulla faccia della terra, in tutte le loro varietà di costumi e di attitudini: alcuni bianchi; alcuni neri; chi in pace, chi in guerra; gli uni in lacrime, gli altri allegri; alcuni prestanti, altri malati; alcuni che nascono, altri che muoiono”. Questo testo-pensiero calza perfettamente con l’ultimo progetto che César Meneghetti ci fa vedere in Biennale, I\O_IO È UN ALTRO un progetto dove l’altro è talmente presente da, a volte, confondersi con l’artista stesso.

Paola Poponi: Che mutamento apporta al mondo, alla cultura del pregiudizio o alla persona stessa, l’interscambio del principio di realtà (il vero e proprio agire, sentire, emozionarsi) col linguaggio delle arti che chiamiamo performative, col cinema, il video o la fotografia?

César Meneghetti: Questo lavoro, o meglio questo percorso, con i diversi-abili mi ha fatto riflettere. L’uomo ha bisogno di un surplus di produzione, di milioni di bits in forma virtuale in banca, per essere felice… O semplicemente essere? La crisi e le guerre sono un problema reale o è solo un’altra forma di controllo? L’uomo ha bisogno di essere in una maniera stereotipata, di obbedire a modelli dettati da un piccolo gruppo? E loro che pensano di loro stessi? L’uomo ha bisogno di un’intelligenza produttiva per essere o per fare arte? L’uomo ha bisogno di un corpo perfetto per semplicemente essere? Con queste quattro VERIFICHE credo che io abbia posto un interrogativo e nello stesso tempo loro hanno espresso la loro risposta.

Simonetta Lux: Felicità della consapevolezza di una loro diversa perfezione e comunque comunicare: “io penso”, “io sono”, “io posso”. Gabriele Tagliaferro, persona affetta da una grave forma di autismo, ha scritto attraverso la comunicazione aumentativa: “Io non dipingo, penso”.

Paola Poponi: Parlavi di una solitudine, di e in questo processo di conoscenza, comunicazione e creazione?

César Meneghetti: È la nostra angoscia, è l’uomo solo, con il suo egotismo, i suoi timori, le sue ansie. L’io, e l’altro che è dentro e fuori di noi, sono nel nostro mondo di indifferenti al dolore altrui, alla violenza che ci circonda e contro la quale, spesso, non ci opponiamo abbastanza. È semplicemente un dato di fatto storico che la cultura dominante di ogni particolare società rispecchi gli interessi del gruppo dominante in questa stessa società. Alla stagnazione, alla non-trasformazione, all’impietrimento e alla morte. Ma i vivi sono quelli che sono infedeli al sistema, i non conformati, i matti, i visionari, quelli che hanno freddo, paura, quelli che piangono e sono fragili, precari. Sono una tribù – minima, ma sono una maggioranza dormiente. E la verità posso solo osare a scoprirla quando incomincio ad uscire da me stesso e a percepire quanto è instabile e mistificatrice la realtà imposta che ci gira attorno.

 


TESTO DI ELEONORA CARBONE SU LUXFLUX MAGAZINE N.42 2011

I\o è un Altro: la Verifica #2 del progetto dell’artista brasiliano César Meneghetti alla 54ª Biennale di Venezia

Illuminazioni > In-luminare, dar lume, ragione, ma anche rischiarare attraverso l’arte ogni forma di emozione e di comunicazione in una sinergia che vede l’incontro tra normale e diverso, tra disabile e persona al fine di una comprensione intellettuale dell’io e dell’altro.
È questa la forza dell’opera di César Meneghetti, un work in progress dell’artista italo-brasiliano iniziato nel marzo 2010 ed ancora in corso tra Roma e Venezia con il nome di IO E’/ un ALTRO; un lavoro relazionale tra arte, nuove tecnologie ed azione sociale in collaborazione con un gruppo di 120 adulti disabili mentali impegnati nei 9 laboratori sperimentali d’arte della Comunità romana di Sant’Egidio: gli Amici.

Per circa un anno l’artista segue gli Amici (1) organizzando dei workshop e restringendo successivamente la cerchia a circa 30 persone, le quali entreranno definitivamente a far parte dell’opera di César Meneghetti su-, con- e di-, protagonisti e attori di se stessi.
Meneghetti vuole dare luce a percorsi alternativi accantonando qualsiasi pregiudizio e cercando di raggiungere un modo diverso di vivere e vedere la vita senza la retorica dell’arte che talvolta erroneamente viene chiamata terapia, piuttosto offrendo ai disabili gli strumenti necessari per la loro chiamata ad essere riconosciuti come artisti e come persone.
Meneghetti conosce il forte legame che il gruppo ha con la pittura, in un processo che giunge al culmine di un complesso lavoro della Comunità con i suoi colti volontari e specialisti, un processo raccontato nel libro di autori vari SLAZAC, Con L’arte da disabile a persona (Roma, Gangemi, 2007).
A coloro che si rappresentano attraverso il colore, la pittura, la scultura, le installazioni, l’artista introduce anche gli strumenti proprio del suo mestiere d’artista ipercontemporaneo, il video – la fotografia – il web, invogliandoli non solo alla ricerca, ma soprattutto alla sperimentazione dei media al fine di produrre delle risposte.
Una zona di imprevedibilità dove persino coloro che non riescono ad esprimersi verbalmente e a comunicare a causa di alcuni deficit neurologici, hanno riacquistato la comunicabilità per mezzo della tecnologia digitale, pronunciando racconti intelligenti sul loro modo di percepire il mondo e di percepirsi, in un contesto di esclusione pregiudiziale che va dai familiari stessi agli estranei: un “E assai mi duole ancora” (2) segno di una sofferenza taciuta, di un ricordo di vita nascosto.

È ciò che è emerso nella Verifica #1 del progetto IO E’ UN ALTRO in mostra al MLAC, Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea dell’Università di Roma “La Sapienza” il 28 Febbraio 2011.
Meneghetti intervista gli Amici all’interno di una Videocabina, un non luogo in cui i protagonisti si siedono per parlare di loro, per raccontare con parole semplici ma acute, significative, i disagi della disabilità, il significato della vita e della ragione attraverso la conoscenza di ciò che è per loro Dio, l’amore e la normalità.
La Verifica #2 si è svolta l’ 1, 2, 3 giugno a Venezia. Alcuni dei disabili sono entrati nel mondo ufficiale dell’arte durante i giorni dell’Inaugurazione della 54. Biennale d’Arte Internazionale, dove il glamour e l’identità del Sistema chiuso dell’arte domina e sovrasta l’opera d’arte e gli artisti prescelti.
I protagonisti, dotati di un cellulare touch screen di ultima generazione, hanno prodotto la loro visione dell’evento attraverso delle fotografie in giro tra i Giardini, l’Arsenale e gli Eventi Collaterali.

Se nella Verifica#1 l’artista osserva Gli Amici e attraverso le domande cerca di esplorare il loro mondo nascosto mostrando allo spettatore come si convive con la disabilità, una verità sconosciuta, a volte ricca di privazioni segnata dal malessere ma sicuramente arricchita dal lavoro con la Comunità di Sant’Egidio, qui nella seconda esperienza a Venezia c’è un cambiamento totale del punto di vista.
I disabili ora artisti hanno prodotto autonomamente una risposta che potremmo definire come opera dopo gli studi di laboratorio e di workshop. Non siamo più noi spettatori ad osservarli passivi mentre si raccontano con un sottile imbarazzo davanti alla camera, poiché nella Verifica#2 hanno conquistato un punto di vista evoluto, dove il loro sguardo sulla Biennale più antica del mondo si fa anche nostra vista, in uno sviluppo dell’apprendimento e della consapevolezza che li ha resi più forti e soprattutto capaci di creare.

IO E’ UN ALTRO troverà un ulteriore luogo di comunicazione della ricerca in atto all’interno della Biennale Session del 14 Ottobre, che si terrà nella sala conferenze dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia con sede ai Giardini, un incontro in collaborazione con La Comunità di Sant’Egidio, il centro di ricerca MLAC-Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza di Roma e le Università di Roma e Venezia.
Si riuniranno intorno a César Meneghetti gli Amici della Comunità e i docenti e studenti universitari, filosofi, poeti, storici dell’arte e curatori, psichiatri ed esperti di disabilità: per parlare dei risultati eclatanti del progetto IO E’ UN ALTRO, di una visione alternativa accolta ufficialmente come gesto artistico.
Un campo di prova – una verifica – per analizzare la sinergia delle persone che oltre all’artista lavorano da lungo tempo all’interno di IO E’ UN ALTRO, un team di eccellenza, i cui membri potranno dire quanto hanno appreso, più di quanto hanno insegnato. Verificare vuol dire accertarsi la verità, una verità non abile, ma una verità, nel dipingere, scrivere e fotografare.
Gli Amici sono artisti perché si sentono persone normali che hanno scelto un mezzo per parlare di sé e del mondo, mostrando inconsapevolmente una verità purissima, non ostacolata dal pregiudizio di tutto ciò che è normale e partendo dal presupposto che una normalità non c’è davvero mai.

Il lavoro di CÉSAR MENEGHETTI, artista e film-maker italo-brasiliano, ruota attorno alla riflessione sociale attraverso un’estetica sperimentale e l’interazione dei media tra emisferi Nord e Sud. Utilizza il mezzo cinematografico, cosi come il video, la fotografia, la pittura e l’installazione. Attraverso il mix dei mezzi tecnici, tradizionali e nuove tecnologie, si avvale dal dispositivo elettronico/digitale, del supporto fotografico/pellicola per estrarre e isolare fotogrammi della realtà e poi rielaborarli digitalmente (film/video) reinserendoli in un contesto diverso dall’originario. Ha esposto in più di 39 paesi. Ha realizzato numerosi lavori audiovisivi, tra cui 1 lungometraggio, 7 documentari, oltre 100 cortometraggi e film/video sperimentali. Negli ultimi anni ha ricevuto 61 premi, menzioni, borse di studio e altri riconoscimenti per il suo lavoro. Vive e lavora tra Roma e São Paulo.

La Comunità di Sant’Egidio ha collaborato a promuovere o direttamente promosso  nell’ordinamento italiano leggi per il diritto alla integrazione scolastica di alunni con handicap e modifiche a leggi preesistenti, con la finalità di garantire l’accesso, superando la concezione escludente delle classi differenziali e speciali. Nel libro di autori vari Slazac- Con l’arte da disabile a persona (Roma, Gangemi, 2007), alle pp. 335 sgg, vengono riportate le caratteristiche delle principali leggi, a partire dal ribaltamento dell’indirizzo vigente avvenuto agli inizi degli anni settanta. Si è trattato di un ribaltamento epocale, altrettanto importante internazionalmente quanto la legge Basaglia. Oggi i recenti governi hanno quasi cassato, per ragioni finanziarie, tutto l’eccellente e avanzatissimo sistema di sostegni e dotazioni organiche di insegnanti. Un’altra eccellenza dell’Italia – tra le tante- quasi annullata, ma che certamente sarà compresa e riaffermata dalle nuove generazioni.


INTERVISTA DI GIORGIA CAlO’ SU LUXFLUX MAGAZINE N.19 2006

Montage. Un dialogo tra Giorgia Calò e César Meneghetti

Giorgia Calò: Parliamo di MONTAGE, sono quattro serie, ciascuna composta da quattro video sperimentali, inglobati in un’unica opera. Sono concepiti come work in progress in quanto hai iniziato a realizzarli nel 1999 e da quel momento non ti sei più fermato. Gli ultimi video che hai effettuato, MONTAGE 11 e MONTAGE 12, sono del 2004-2005.                                                                                                                                                                           

César Meneghetti: L’idea era quella di fare una serie infinita, o almeno una per ogni anno della mia vita, però poi ho deciso di dargli una conclusione perché cominciavo ad essere troppo legato a questo lavoro. L’ultima serie (MONTAGE 13-16) probabilmente la ultimerò entro l’anno. Penso di fare una mostra conclusiva dove saranno presenti tutte e quattro le serie come compimento di questo capitolo. MONTAGE è iniziato come un lavoro in divenire: sono partito da materiali di ricerca del mio archivio personale video e Super-8, (anche spezzoni di pellicola 35mm e altro), da uno schizzo, da una bozza di idea e non da una sceneggiatura né niente di rigidamente pianificato. Non sapevo dove sarei arrivato, non volevo essere programmato perché l’intenzione era quella di “burlare” tutti gli schemi cinematografici e non solo, e giocare con il concetto grammaticale di cinema e dello scontro/incontro culturale tra il Nord e il Sud del mondo. Ad un certo punto non sono più io a fare i MONTAGE ma i MONTAGE a fare me, o farsi da soli, a prendere la loro strada.

G.C.: Oltre a fare video d’arte, hai realizzato anche dei film veri e propri, strutturati, quindi in qualche maniera con questo lavoro ti sei dovuto svestire dei panni del regista tradizionale. Quanto è difficile lavorare in due direzioni così diverse?

C.M.: Io provengo dall’arte e il cinema è un risultato del mio percorso. Credo che oggi un’artista che si dedica solo ad una tecnica o un cineasta che fa solo il regista sia troppo riduttivo. Mi è stato sempre difficile fare una cosa sola. Certo sarebbe più semplice, ma io mi appoggio su un treppiedi composto da arte, videoarte e cinema. Se decidessi di mollare uno di questi tre linguaggi gli altri ne risentirebbero poiché non realizzo dei film convenzionali e non faccio arte usando metodi tradizionali. Questa pluralità mi ha fatto rendere conto che alcuni colleghi artisti non hanno la purezza tecnica e narrativa che ho imparato facendo cinema, nello stesso tempo ho notato che i registi spesso non hanno la mentalità volta all’universale, propria degli artisti.

G.C.: Sei di origine brasiliana ma vivi in Italia dal 1991. In molti tuoi lavori, compreso MONTAGE, tratti temi legati al tuo paese natio e a contenuti personali quali l’identità e la memoria: spesso presenti fatti politici e sociali in chiave documentaristica, tranche de vie che hanno come sfondo il Brasile, senza privarti di stravolgimenti narrativi dovuti a salti temporali, rallenty, accelerazioni ecc. Altrettanto soventemente, con una forte ricerca linguistica, tendi a dare una registrazione del contesto urbano, confondendo le vie di San Paolo con quelle di Roma, città dove risiedi oggi. Una “fusione” di realtà diverse, accomunate spesso da temi sociali letti in chiave documentaristica che esplorano realtà di frontiera lungo un tragitto multiculturale tra Brasile ed Europa, tra sud e nord del mondo. Quanto è importante lo sfondo sociale e politico nelle tue opere?

C.M.: È importantissimo, tanto da provare costantemente a canalizzare questo impegno nei lavori cinematografici e documentaristici. Anche questo sguardo trasversale è inevitabilmente politico, perché non mi trovo ad osservare una realtà da un unico punto di vista. Credo che l’artista può rielaborare un universo completamente suo o rimaneggiare la realtà. Io attingo dal vero, ma per creare una mia veridicità. Una cosa che l’arte fa e il cinema fa ogni volta meno, è questa ricerca più profonda dell’essere. Per quanto riguarda la registrazione del contesto urbano, Roma è la città più piccola in cui ho mai vissuto. San Paolo ha diciotto milioni di abitanti, Londra (dove ho vissuto per un periodo di tempo) otto milioni, ma quando sono giunto a Roma è stato un approdo determinante, specialmente per questa naturale condizione di essere passato e allo stesso tempo presente. Ognuno va a ricercare la sua città, Calvino diceva che il viaggiatore riesce a riconoscere la propria città in tutte le città che lui conosce e così riconosce “il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà”. In verità io sono di origine europea, sono nato, cresciuto e laureato in Brasile, a San Paolo. Il mio modo di vedere il mondo è senz’altro filtrato da questo misto di cultura ed educazione brasiliana ed europea. E la propria realtà urbana di San Paolo è molto simile a tutte le altre realtà urbane del pianeta.

G.C.: Nella serie MONTAGE hai dato ad ogni video, oltre una numerazione progressiva (MONTAGE 1, MONTAGE 2, ecc), un sottotitolo più esplicativo, una sorta di suggerimento atto a preparare il pubblico alla visione.

C.M.: Sì, alcuni di questi titoli sono termini estremamente tecnici ( jump cut fade in , piano sequenza), altri di narrazione o propri del montaggio come ad esempio flashback (MONTAGE 1) che si usa nel linguaggio cinematografico ma deriva dalla letteratura. Ma in fondo la tecnica, il montage, è solo uno spunto per parlare d’altro, indagare sul linguaggio e la diversità nelle culture e nei mondi che ho vissuto personalmente: in Sudamerica, Gran Bretagna e in Italia, così ricercando una propria identità, personale, transnazionale, orizzontale.

G.C.: MONTAGE si basa sulla III fase dell’elaborazione filmica, il montaggio, carattere più proprio del cinema, che implica uno smembramento e una ricomposizione del materiale celluloide. Il montaggio, che prefigura nella simultaneità la forma dello spazio-tempo, è una delle fasi più importanti della realizzazione filmica. Molti artisti che hanno adoperato la macchina da presa hanno fatto largo uso del montaggio ( basti pensare alla Verifica Incerta di Gianfranco Baruchello e Alberto Grifi), altri lo hanno evitato considerandolo troppo artificioso e poco realistico, come ad esempio Andy Warhol.

C.M.: La percezione del tempo è fondamentale per chi fa cinema, e mediante il montaggio il fattore spazio-temporale si può stravolgere o addirittura annullare. Io dico sempre che un film può esistere senza produttore, senza regista, senza attori, ma non senza il montaggio. Quasi per gioco ho cominciato ad assemblare questi spezzoni dal 1992, quando ero ancora studente al Centro Sperimentale, volevo provare ad alcuni dei miei insegnanti e colleghi che il fulcro del cinema è il montaggio. Se Andy Warhol avesse usato il montaggio alcuni dei suoi film avrebbero perso di senso. Fare un film di quasi sei ore, come Sleep, è una scelta consapevole del tempo. Dunque annullare il montaggio è un’intenzione voluta della sua assenza, come si può vedere ad esempio in MONTAGE 8.

G.C.: Ho notato che in MONTAGE 6 e MONTAGE 7 fai uso dello split-screen , mettendo un’immagine affianco all’altra. Sembra un montaggio dentro il montaggio in cui, mediante un taglio visibile agli occhi dello spettatore, mostri due azioni simultanee e parallele nella stessa inquadratura.

C.M.: Volevo rendere l’idea della fusione delle strade di due città così diverse (M6 San Paolo-Roma, e M7 Londra-Roma). Volevo che ci fosse questa contemporaneità, in modo che ogni effetto, ogni taglio comunicasse la loro prossimità. Qui in MONTAGE il messaggio è il proprio mezzo.

G.C.: E anche qui c’è un discorso sul tempo, c’è uno scontro tra spazi e tempi immaginari e spazi e tempi paralleli, dove la visione viene prima della parola.

C.M.: Si, ho cercato di annullare la lontananza geografica e quindi la distanza spazio temporale attraverso la narrazione audiovisiva, ma senza però avvertire lo spettatore del cambio geografico, facendo in modo che convivessero nello stesso tempo e nello stesso spazio e magari creando una terzo luogo non-luogo.

G.C.: Quanto è importante nei tuoi video il sonoro?

C.M.: È molto importante ma non solo quello parlato, decodificato da una determinato idioma, da una determinata storia. Una delle prerogative di MONTAGE è dimostrare che la narrazione non è sinonimo di parola, di concetti prestabiliti da un plot, di clichés. Si può dar vita ad un racconto senza il bisogno di usare parole.

G.C.: Quindi prevale l’immagine sul suono.

C.M.: Non sul suono, perché anche il suono è narrazione. Viviamo in un mondo in cui le immagini sono schiave dei linguaggi standardizzati. MONTAGE vuole comunicare frammenti di vita, paralelli di due, tre, più popoli senza l’uso della parola, della narrazione ortodossa. Indaga sull’immaginario, sulla memoria e sulla cultura di massa, dello spettacolo cheap, che ci imprigiona in uno solo modo di vedere le cose.
MONTAGE è anche ritmo, come la musica. Dunque, l’immagine derivata dalla luce è sonora, o almeno auspica ad essere “la musica della luce”. È per questo che per me questi video sono più vicini alla poesia che non alla narrazione, alla prosa. La prosa per me è il cinema, dove ho un altro approccio.

G.C.: Quando si parla di montaggio, non si può non pensare a Ejzenstejn, un passaggio quasi obbligato. Quanto ti hanno influenzato le teorie del grande regista russo.

C.M.: Al Centro Sperimentale ho studiato minuziosamente tutti i suoi film, ogni inquadratura di la Corazzata Pötemkin perfino, anche se, tra i formalisti russi, mi sento più vicino a Dziga Vertov. Come Ejzenstejn penso che il cinema non deve solo avere il compito di riprodurre il reale, ma deve anche interpretarlo attraverso il montaggio.

G.C.: Progetti per il futuro?

C.M.: Il discorso dell’arte mi sta molto a cuore ma allo stesso tempo ho un po’ di reticenza dovuta alla mia multiformazione come ho già spiegato. Ho cominciato con la scuola di arte e poi mi sono tramutato, ho fatto design, fotografia, installazioni e mi sono avvicinato al cinema e alla scrittura. In questo momento sto sviluppando alcuni soggetti per il cinema e il documentario e anche progetti di arte ma vorrei continuare a ricercare sul linguaggio, nei nuovi media, magari anche usare la net art abbinata all’audiovisivo.